Show simple item record

dc.contributor.authorMoretti M
dc.date.accessioned2019-06-03T10:34:47Z
dc.date.available2019-06-03T10:34:47Z
dc.date.issued2019
dc.identifier.issn2039-5426
dc.identifier.urihttp://www.roots-routes.org/design-for-migration-nuove-pratiche-design-verso-societa-piu-inclusiva-matteo-moretti/
dc.identifier.urihttp://hdl.handle.net/10863/10070
dc.description.abstractNel 2005, il sociologo Bruno Latour e l’artista/curatore Peter Weibel curano la mostra Making Things Public: atmospheres of democracy presso la ZKM di Karlsruhe (Weibel, Latour 2005), andando a rispondere alla domanda “Come potrebbe essere una democrazia orientata agli oggetti”. L’ipotesi apre uno scenario che lo stesso Latour definisce Dingpolitik (2005, p. 1444), una politica affrontata attraverso le cose, oggetti in grado di aprire dibattiti, contestare lo status-quo, provocare riflessioni, supportare l’emersione di contro-narrative atte a contrastare le narrazioni dominanti. La mostra del 2005 rimane un punto chiave per un certo tipo di riflessioni sul ruolo del design nella società. Un ruolo che non è del tutto nuovo: già Viktor Papanek (1972), circa quarant’anni prima, aveva reclamato la funzione sociale del design, in un periodo in cui la progettazione passava da un’economia incentrata sulla soddisfazione di bisogni e necessità, a una orientata alla produzione consumistica di oggetti in grado di proiettare stili di vita e posizionare socialmente. Apparentemente il monito di Papanek si è perso nelle pieghe della storia, almeno fino a qualche anno fa. Stiamo assistendo infatti a un ritorno dell’idea di una progettazione che contribuisca allo sviluppo sociale, superando quella visione che associava il social-design alla produzione di beni caritatevoli, o eticamente affini alle tematiche ambientali, sociali ed economiche. Una produzione di oggetti in grado di agire sulle relazioni all’interno della società. Oggetti che aprono dibattiti, guidano riflessioni, contrastano le narrazioni dominanti, supportano contro-narrazioni, contestano lo status quo. Una visione assimilabile al concetto di Socio-design, elaborato da Brock (1977): critico del design di origine tedesca, coniò tale termine per definire lo spostamento che un certo tipo di design stava attraversando, non più devoto alla progettazione di oggetti, ma a quella di interazioni sociali (Baur, Felsing 2016). Il presdente contributo analizza il progetto Design for migration, una piattaforma online che raccoglie le migliori esperienze di socio-design sul tema migratorio, verso il sostegno di nuove forme progettuali verso una socuetà più inclusiva.en_US
dc.languageItalian
dc.language.isoiten_US
dc.relation
dc.rights
dc.subjectICAR/13en_US
dc.titleDesign for migration: Nuove pratiche di design verso una società più inclusivaen_US
dc.typeArticleen_US
dc.date.updated2019-03-26T03:00:11Z
dc.language.isiIT-IT
dc.journal.titleRoots-Routes
dc.description.fulltextreserveden_US


Files in this item

FilesSizeFormatView

There are no files associated with this item.

This item appears in the following Collection(s)

Show simple item record