Abstract
Soprattutto sino agli anni Ottanta, il mondo rurale è stato guardato dai pianificatori attraverso un approccio unidimensionale agricolo (Anania, Tenuta, 2008). Ciò ha posto le campagne in una traiettoria in cui l’unico sviluppo possibile, pianificabile e supportabile finanziariamente, è principalmente passato attraverso la crescita dei volumi produttivi alimentati dall’adozione di un modello capital-intensive di fare agricoltura (McMichael, Friedman, 1989). L’obiettivo era la delineazione di un rurale che divenisse quello che la letteratura anglosassone chiamava national-farm (Wilson, 2001), nonché la creazione di uno spazio e di un sistema sociale agrario che andasse a incontrare il bisogno crescente di commodity agricole – per fini alimentari e non – della popolazione urbana e dell’industria. L’equivalenza rurale-agricolo ha fatto sì che la dimensione di policy si dimostrasse gradualmente inefficiente nel cogliere la connotazione territoriale complessa del mondo rurale andando così a creare un’ accentuata dicotomia non solo tra urbano e rurale ma anche tra rurale e rurale, tra il rurale che sia adattava e che si prestava per struttura economica e per morfologia del territorio alla traiettoria di sviluppo e modernizzazione, e il rurale della “campagna difficile”, sinonimo di marginalità e perifericità rispetto a contesti di attecchimento e diffusione del nuovo modello di produzione.