Abstract
Dopo un lungo periodo di declino demografico, da alcuni decenni si registra nelle regioni alpine italiane un’inversione di tendenza, segnalata dal fatto che la popolazione è tornata ad aumentare in molte zone, nonostante il tasso di crescita naturale rimanga negativo o stabile quasi ovunque (Membretti, Viazzo 2017). La lenta ripresa demografica è dovuta in primis alla presenza di nuovi abitanti, tra i quali spiccano per numero proprio gli immigrati stranieri. Il fenomeno non è tuttavia priva di contraddizioni: spesso, specie al principio, le comunità autoctone faticano ad accettare i nuovi residenti, percepiti come troppo diversi per radici e cultura, estranei agli usi e ai costumi che per i “montanari per nascita” scandiscono la normale vita quotidiana. Inoltre chi è rimasto nelle terre alte (in buona parte anziani) trova difficile la condivisione di risorse territoriali (la casa, il lavoro, gli spazi pubblici, ..) con i nuovi arrivati, soprattutto se culturalmente distanti. La negoziazione sociale e culturale appare dunque imprescindibile, se si vogliono evitare potenziali conflitti o ghettizzazioni.