Abstract
La sentenza neozelandese nel caso Cryptopia presenta due grandi motivi di interesse. Sul piano descrittivo, è a quanto consta la prima sentenza che offre uno spaccato preciso sul funzionamento di un grande “crypto-exchange”, descrivendo l’organizzazione dell’intermediario, i suoi rapporti con i clienti, la gestione dei cold e degli hot wallets dov’erano custodite le valute digitali. Sul piano più strettamente giuridico, la sentenza presenta un quesito classico nel diritto dei mercati finanziari e nel diritto civile, quello relativo al trattamento dei “valori” ritrovati nel patrimonio dell’intermediario e alla possibilità di trattarli come proprietà dei clienti, restituendoli anziché assoggettandoli al concorso. Tale quesito acquista una nuova conformazione, naturalmente, nel momento in cui non si discute di titoli di credito o di strumenti finanziari dematerializzati ma si discute di valori di nuova natura, quali appunto le valute e i token digitali. La decisione del giudice neozelandese viene confrontata con un precedente italiano.