Abstract
Considerando questa epoca di transizione economica nostra, la si può paragonare a quella di cui fu protagonista Don Milani maestro a Barbiana dal 1954 al 1967. Una similitudine che permette di utilizzare le sue indicazioni pedagogiche per filtrare le vicende di oggi, gravate di nuovo da una trasformazione antropologica. Allora verso l’obiettivo di lavoro e sicurezza con uno sradicamento della territorialità “naturale” storica. Oggi verso il dominio della tecnica che non è più mezzo ma fine ultimo oltre le stesse capacità di previsione dell’uomo che ne è soggetto (Heidegger, 2017).
Il suo fu un periodo di ricostruzione, dove una società contadina veniva proiettata in una nuova dimensione industriale individualizzata, predisposta per l’ideologia del circuito produzione-merce-consumo. Una società favorevole agli affluenti e indifferente ai marginali, che sono poi i suoi studenti, antesignani del service learning.
L’affermarsi allora nella cultura della necessaria riflessività non riuscì a determinare la formazione di una coscienza collettiva che immemore prese la strada del conformismo proposto dagli “innovatori” della nuova società industriale e consumista. Uno scenario che potremmo definire distrazione di massa rispetto alle problematiche sociali ed economiche che si sarebbero dovute affrontare per dirigere lo sviluppo verso una uguaglianza di opportunità e condizioni degli umani.
Le stesse problematiche di fondo, mantenute sottotraccia, rimangono oggi, al di là dei miti e dei simulacri di futuro, costantemente ostentati in una atmosfera green e pacificata, apparentemente coesa.
La sua fu vera esperienza educativa ed altrettanto richiede questa nuova epoca di cambiamento dagli indirizzi incerti, palesi e sotterranei ad un tempo.
Si raccomandava don Lorenzo: “fate scuola, ma non come me, fatela come vi richiederanno le circostanze” (Reggio, 2020). Ed era una richiesta di grande attenzione a ciò che il mondo imponeva sfacciatamente ai fratelli minori e che oggi come allora ripropone. La sua esperienza si iscrive nella storia di quegli anni come una richiesta di verità sui diritti, sul senso della comunità, sulle direzioni dello sviluppo, sui pregiudizi sociali e i privilegi che a questi si accompagnano, contro un mondo che cercava una forma trascurando la sostanza del disagio sociale perpetuato da una educazione forgiata sul modello della giustificazione dell’esistente.
Oggi siamo in presenza di una transizione ecologica che somiglia talvolta più ad una mera transizione economica, in una logica di profitto e razionalità produttiva, che ad una conversione. Questo perché ancora una volta il cambiamento è camuffato di modernità ed emancipazione censurando le tante questioni sociali e ambientali che non vengono adeguatamente considerate: una dimensione dell’umano che ancora attende di riconoscersi e integrarsi nell’ecosistema pianeta e non solo in una ben propagandata, ingannevole, semplicistica, generica, nuova società, oggi come allora.