Abstract
Perché ci occupiamo di montagna? Se prendiamo per data una definizione istituzionale di cosa è montagna, in Italia, i comuni classificati come totalmente montani sono 3.471 (il 43,4% del totale dei comuni italiani) ed ospitano una popolazione di 8.900.529 abitanti (il 14,7% della popolazione nazionale) su una superficie di 147.531,8 kmq (il 48,8% del territorio nazionale) (Rapporto Montagna Uncem).
Per riassumere le sfide che le montagne stanno affrontando, mi piace adottare la prospettiva dei 6 paradossi dei sistemi socio-ecologici montani, formulata da Julia Klein e il suo gruppo di ricerca nel 2019.
* Le montagne sono ricche di risorse, ma povere di reddito: esse sono globalmente sistemi sociali ed ecologici importantissimi, che forniscono risorse naturali essenziali sia alla popolazione globale che alle comunità locali montane, quali acqua potabile, energia cosiddetta verde (biomassa e idroelettrico) e legno da costruzione. Le montagne ospitano una grande biodiversità e specie endemiche di anfibi, uccelli, mammiferi.
* Le politiche che influenzano in maniera determinante le montagne sono spesso decise da persone che non vivono e conoscono le montagne e le loro dinamiche
* Le montagne sono remote e spesso scarsamente accessibili ma sono molto vulnerabili ai cambiamenti globali:
* Sono maggiormente colpite dall’aumento delle temperature dovuto al cambiamento climatico, dalla perdita di biodiversità proprio perché ne ospitano maggiormente e anche a causa del cambiamento climatico, e di cambiamenti di uso di suolo, consumo di risorse
* Sono molto influenzate da cambiamenti demografici e strutturali dell’economia, come il passaggio a un’economia basata sul turismo e agricoltura intensiva, l´aumento della produzione di energia rinnovabile dovuta all´aumento della richiesta di energia e di energia rinnovabile.
* Questa ristrutturazione dell’economia di montagne porta a un´intensificazione non omogenea, bensì selettiva dell´uso di risorse in risposta ai segnali di mercato, e determina disparità con territori meno accessibili e meno redditizi
* A conseguenza di quanto sopra, arriva il paradosso numero 4 – per il quale le montagne si confrontano con fenomeni di emigrazione/spopolamento e immigrazioni di diverse tipologie di persone: proprietari di seconde case, pensionati, persone in cerca di un nuovo stile di vita, migranti climatici che dalle città si rifugiano in montagna, persone in cerca di lavoro, lavoratori stagionali, e in un periodo limitato, richiedenti asilo e protezione internazionale, a seguito di politiche di ricollocamento
* Le montagne attraggono attori diversi (es. grandi player alla ricerca di risorse da estrarre), con iniquità istituzionali, distributive e socio-politiche, che pongono sfide a un processo di decision-making che sia effettivamente rappresentativo
* Le montagne sono molto diverse tra loro, hanno bisogno di dati a scala molto fine per una gestione delle risorse che riesca a riconoscere la loro complessità spazio-temporale; tuttavia questi dati sono inesistenti o poco paragonabili tra loro Per quanto riguarda l’Italia e le Alpi, le montagne sono un vivace laboratorio di sviluppo e sperimentazione di forme cooperative e collettive di gestione delle risorse e di produzione di beni e servizi (es. cooperative di comunità nell’Appennino, associazioni fondiarie in Piemonte e Friuli, patti di collaborazione in ambito urbano), che diventano dunque beni comuni.
Cosa resta oggi della tradizione passata?
Rimangono forme/istituzioni tradizionali di gestione collettiva di risorse montane quali foreste, pascoli, strade e costruzioni di montagna e tutto ciò che questa implica e che dal 2017 sono tutelate da una legge nazionale che le riconosce come istituzioni originarie, nella forma di proprietà collettive, università agrarie, regole, ecc… “Le proprietà collettive sono localizzate maggiormente in montagna. Nonostante abbiano un basso livello di redditività, sono però di notevole importanza dal punto di vista ambientale e paesaggistico. Il mantenimento di una proprietà pubblica di queste superfici può quindi rappresentare una garanzia a protezione del territorio, della biodiversità e di una zootecnia sostenibile.” (Greco, 2014)
Le proprietà collettive rientrano a pieno titolo nella definizione classica di commons, secondo la teoria di Elinor Ostrom, che le è valso il premio Nobel per l’economia nel 2009. I commons si basano dunque su una comunità di persone che hanno diritti di proprietà condivisi su una risorsa comune, e che condividono regole per il suo utilizzo, ma che si basano anche su azione collettiva e fiducia.
Nonostante sia una forma di gestione efficace di risorse in alternativa alla proprietà privata o pubblica, i beni comuni gestiti in queste forme non sono esenti da sfide. Queste includono una limitata rappresentatività di alcune tipologie, tra cui donne, nuovi abitanti e portatori di interesse, di nuovi usi e bisogni rispetto alle risorse comuni, sfide sempre più urgenti da affrontare: climatica, perdita di biodiversità, rischio idrogeologico? Come affrontano il cambiamento economico, sociale e culturale e le sfide alla montagna queste forme/istituzioni di gestione dei beni collettivi? Di cosa hanno bisogno per essere sostenibili in senso rigenerativo: per sé stessi e per i territori?
Come/in che modo si può parlare di bene comune?
Per affrontare queste domande e sfide per le risorse collettive, nel mio lavoro di ricerca assieme ad altre ricercatrici, mobilitiamo un concetto dinamico di commoning, ovvero le pratiche che partono dal riconoscimento di desideri e bisogni comuni su un bene, territorio, e che se ne prendono cura. Questa definizione tenta di affrontare la sfida della rappresentatività citata prima, sganciando il nesso tra legittimità a prendersi cura di qualcosa dal solo riconoscimento di diritti di proprietà collettivi su una risorsa o bene.
Altro concetto che mobilito è quello di trasformabilità, capacità di innovazione per un rapporto rigenerativo con il proprio habitat, riconfigurando reti di collaborazione, pratiche, e meccanismi di presa di decisione.
Nel mio lavoro di ricerca inoltre mobilito approcci e metodi che rispecchiano il tema “risorse di comunità”, attraverso il lavoro con le comunità, transdisciplinare, ovvero dare risposte a domande attraverso la produzione di sapere con la comunità e integrando discipline diverse (economia, design, architettura del paesaggio, per citarne alcuni).
Uno strumento che abbiamo da poco sperimentato con altre tre colleghe: Sara Favargiotti (UniTN), Maddalena Ferretti (Politecnica delle Marche), Bianca Elzenbaumer (Eurac), Vivian Rustige e Nicole Faiella, studenti del master di Ecosocial Design dell´Università di Bolzano, e oltre 30 organizzazioni locali è stato il co-design del Rural Commons Festival, festival itinerante e transvallivo delle pratiche collettive di cura del territorio.
Sia prima nella fase di co-design, che durante i suoi 9 giorni di sviluppo, che dopo, il festival è stato lo strumento per raccogliere e mettere in scambio pratiche e ricerche diverse con l’obiettivo comune di prendersi cura in maniera collettiva del territorio, su territori diversi attraverso format diversi: camminate, laboratori di auto-produzione, laboratori di idee, strumenti di design ecosociale.
Quali sono le nuove forme di sviluppo?
Attraverso il Festival siamo riuscite a identificare ed analizzare alcune pratiche di commoning per la cura dei beni comuni. Questi si basano su:
* processi di creazione di nuovo modello di responsabilizzazione collettiva della gestione e valorizzazione di beni collettivi tradizionali, verso lo sviluppo di servizi e per rigenerare i beni collettivi e la comunità stessa. Es. progetto Fuochi nelle Malghe (parole chiave: impresa di comunità, inclusione di diversità di attori)
* processi di raccolta fondi per l’acquisto collettivo di spazi (es. una falesia di arrampicata) che diventano nuovi beni comuni tramite crowd funding, definizione di nuove regole di utilizzo e gestione creazione degli stessi. Es. Falesia Dimenticata (parole chiave: responsabilizzazione collettiva, rimessa a valore di spazi abbandonati - circolarità)
* processi collettivo di produzione di beni per creare comunità, dal sourcing delle materie prime (spesso da scarti), alla creazione del prototipo (gusto, etichetta), alla produzione, alla commercializzazione (eventi di comunità). Es. Comunità frizzante (circolarità di materie, responsabilizzazione collettiva verso il prodotto, diversità di attori coinvolti)
* processi di rigenerazione di campi abbandonati di grano saraceno, di conservazione tramite la produzione di semi antichi selezionati in loco, produzione del grano, trasformazione e commercializzazione, adesione a una rete di conservazione di sementi (banca vivente del seme), e a rete di valorizzazione di prodotti di qualità. Es. I Saraceni – Terragnolo che Conta (circolarità, interdipendenza)
Quali sono gli ingredienti per una buona economia in montagna?
Io declino buona economia un’economia rigenerativa, ovvero che supporta la vitalità dei suoi sistemi sociali ed ecologici (società, gli esseri viventi e con le sue risorse), riconosciuti come reti di processi dinamici e interconnessi in continua evoluzione. Un’economia che si compone di attività che migliorano/aumentano il valore dell´intero sistema.
* Diversificazione di economie a sostegno di una diversità di persone e attori
* Circolarità (riutilizzo di risorse abbandonate, escluse, fuori dai poli centrali di sviluppo, anche inteso in senso sociale, persone e luoghi al margine);
* Interdipendenza tra attori, organizzazioni, territori, tra conoscenze e discipline, tra ricerca e azione;
* Responsabilizzazione collettiva, forme di gestione collettiva che includono nuovi valori e nuovi stakeholder, che ridistribuiscono rischi e benefici;