Abstract
Nel corso degli anni Sessanta, il violoncellista e compositore Pietro Grossi (1917-2002), avviò una ricerca sull’uso del computer per la produzione e l’esecuzione musicale che lo avrebbe assorbito con intuizioni e realizzazioni innovative e pionieristiche a largo raggio fino alla propria scomparsa.
Un capitolo significativo di questa ricerca è costituito dall’esecuzione mediante computer di brani della musica d’arte: Sonate di Scarlatti, Capricci di Paganini, tempi da Sonate di Beethoven ecc. Spicca la presenza di J.S Bach, del quale tra l’altro Grossi realizza, tra anni Settanta e Ottanta, il Ricercare a sei voci dal Musikalisches Opfer, Die Kunst der Fuge, alcuni preludi e fuga da Das wohltemperierte Clavier. Affermò in proposito Grossi stesso: «in tutta la mia produzione c’è una linea che guarda a Bach […] Il computer è insuperabile per la chiarezza con la quale esegue musica polifonica. Forse questo è un altro dei motivi per cui mi sono indirizzato a Bach».
L’operazione, invero, non limita le proprie ragioni profonde e le proprie finalità nella risoluzione di aspetti tecnici. Come egli stesso evidenziò nell’ultima intervista, rilasciata nel dicembre 2001 e pubblicata postuma (P. Somigli, “Sveglia è l’ora del computer”, «Il Giornale della musica», 181, aprile 2002), essa affonda le radici in una visione più ampia sull’uomo, sulla sua vita, e sul ruolo che in essa può svolgere il computer.
Nel contributo, grazie a materiali inediti ricevuti in dono dallo stesso musicista, si presentano e discutono alcuni esempi di queste riscritture bachiane inquadrandoli sia nel più ampio fenomeno della ricezione bachiana in Italia tra anni Settanta e Ottanta sia, soprattutto, nella ricerca portata avanti da Grossi con le sue significative implicazioni di tipo artistico, umano e sociale.