Abstract
Le origini della ricerca sociale sono state contrassegnate dal ricorso a dati e informazioni preesistenti, raccolti tipicamente per finalità di tipo amministrativo. Basti pensare, ad esempio, al ben noto studio di Durkheim sul suicidio, basato sull’analisi di statistiche ufficiali. Queste ultime consistono nei dati prodotti dalle strutture dello stato: gli uffici di anagrafe, le aziende sanitarie, gli enti previdenziali, ad esempio. Si tratta di dati raccolti in connessione con l’attività amministrativa degli enti pubblici, o con obiettivi conoscitivi di tipo generale. Da questo punto di vista, le rilevazioni censuarie rientrano tra le statistiche ufficiali. L’analisi dei dati provenienti dalle statistiche ufficiali è generalmente consentita a livello di aggregato territoriale, anche quando la rilevazione avviene a livello individuale. A partire dagli anni Trenta negli Stati Uniti, e dopo la II Guerra mondiale in Europa, si è diffuso il ricorso alla raccolta di nuovi dati da parte dei ricercatori sociali attraverso inchieste campionarie specifiche. Attraverso indagini ad hoc il ricercatore può disporre di informazioni più mirate sui propri interessi di ricerca e, soprattutto, può raccoglierle nella forma di dati a livello micro-individuale o familiare-su campioni rappresentativi della popolazione di riferimento. Su queste basi, si sono sviluppate tecniche più sofisticate di analisi statistica, si è progressivamente iniziato a lavorare su campioni di maggiori dimensioni o su più campioni. L’utilizzo delle inchieste campionarie è diventato uno standard nell’attività di ricerca, nonostante questa modalità di indagine comporti costi non indifferenti.