Abstract
In questi anni, la dialettica tra il costruire e l’abitare e il nuovo paradigma della scuola come ambiente da dimorare sta conquistando sempre maggiore interesse e attenzione. La dimensione materiale, fisica e sensoriale della scuola sta conducendo a comprendere quanto lo spazio racconti e descriva chiaramente scelte e atteggiamenti impliciti o espliciti e come questo possa, quindi, diventare un formidabile dispositivo pedagogico per generare benessere.
La progettazione degli spazi educativi si sta spingendo in una direzione interdisciplinare per includere nell’idea progettuale non solo il discorso tecnico-economico, urbanistico e compositivo, ma anche la qualità e tipologia delle attività didattico-educative, in modo da disegnare con maggiore precisione le qualità relazionali degli ambienti tra loro e gli arredi in ordine a un pensiero coerente e pedagogicamente ragionato. Il dato che conquista gli universi dell’educazione, infatti, è la presa di coscienza che gli spazi descrivono in modo inequivocabile come si progetta e come si inscena la relazione educativa. Questa relazione triadica tra chi insegna, chi apprende e il sapere, è molto cambiata in questi ultimi quindici anni. Al sapere (la conoscenza esperienziale, cognitiva, culturale del mondo e della sua storia) attinge non solo il docente, ma con estrema facilità anche l’allievo. Le tecnologie digitali, inoltre, hanno potenziato moltissimo questo processo, generando una nuova organizzazione tra i “tre vertici del triangolo”. Se per molto tempo la scuola era il luogo principe dove attingere al sapere (mediato dall’insegnante) oggi vorrebbe diventare il luogo dove selezionarlo, condividerlo, elaborarlo, tra insegnanti e studenti. In questa nuova triangolazione, lo spazio assume un ruolo fondamentale.
Sia pur in un certo senso sempre presente, una sensibilità più marcata sulle qualità dello spazio educativo ha cominciato a farsi strada già negli ultimi dieci anni. A partire dalla rilettura della lezione delle scuole di metodo (montessoriane, steineriane, open plan, freinetiane e altre ancora), che sin da subito hanno voluto potenziare le loro proposte ragionando compiutamente sull’organizzazione degli ambienti interni ed esterni, alle esperienze pioniere di dei nidi e delle scuole dell’infanzia di Reggio Children, al ripensamento della classe promosso dalla rete Senza Zaino, al profuso impegno di ricerca e sensibilizzazione sul tema dell’istituto di ricerca INDIRE, alle scuole “dada” che ragionano sulle aule tematiche, fino ad arrivare alle scuole che stanno aderendo al progetto di ricerca-azione aperto PAD, l’idea che lo spazio sia “il terzo educatore” dopo il genitore e l’insegnante, annunciata da Loris Malaguzzi, è ormai pienamente riconosciuta anche nell’area pedagogico-didattica.
Le numerose pubblicazioni a livello nazionale e internazionale sul progetto scuola uscite negli ultimi anni confermano un diffuso interesse sull’intreccio tra pedagogia e architettura per fare degli spazi scolastici dei luoghi di elaborazione condivisa del sapere in un’ottica di ampio sviluppo culturale.
Attualmente, le conoscenze e gli approcci sviluppati per coinvolgere le comunità scolastiche nello sviluppo di una nuova idea di scuola si sono molto evolute. Non solo è maturata a livello nazionale e internazionale una cultura della partecipazione volta a un coinvolgimento più attivo e responsabile dell’utenza, ma i nuovi metodi adottati mostrano che queste azioni portano a un evidente miglioramento del progetto in “fase zero”, ovvero dal momento del concepimento del nuovo edificio (o della ristrutturazione) al momento della fase concorsuale. Solo per parlare dell’Italia, sono diversi gli esempi in tale senso: oltre alle encomiabili proposte già presentate in questo libro, generalmente frutto di un'opera di coinvolgimento liberamente scelta dalle committenze, dagli enti promotori o dagli studi di architettura incaricati, non si possono dimenticare due casi studio importanti, caratterizzati entrambi dall’aver regolato a livello normativo il processo di coinvolgimento della scuola: Il caso Altoatesino e quello della Regione Sardegna.