Abstract
Il dibattito e l'analisi scientifica sul mentoring ha tradizionalmente privilegiato una concezione del mentore inteso come figura estranea a istanze di insegnamento prettamente scolastiche. L'evidente ampliamento, comune a molti Paesi europei e occidentali, del ruolo dell'insegnante a coordinatore e gestore di un vero e proprio progetto educativo e curricolare, piuttosto che a "mero" implementatore della funzione di insegnamento, non ha portato ancora a una diffusa adozione in sede ordinativa di una forma di insegnamento atipica, antica eppur innovativa e sempre attuale come quella del mentoring. Una pratica, quest'ultima, che affonda le sue radici nella questione critica (che è anche la sua contraddizione fondatrice) se si possano formare allievi e generare insegnamenti in assenza di un'investitura formale. Il mentore "non è maestro di nessuno" e dichiarandolo si afferma socraticamente una relazione educativa costruita sull'assenza di aspettative e preconcetti rispetto alle potenzialità del mentee.Il presente contributo, esito della collaborazione delle tre autrici, è da attribuirsi per i paragrafi 1 e 2 a Cristina Lelli e a Giulia Consalvo, per il paragrafo 3 a Elisabetta Tomazzolli.