Abstract
Impenetrabili icone del contemporaneo, i muri di luce di Mark Rothko rappresentano senz’altro un passaggio obbligato per chiunque intenda meditare sull’essenza dello spazio pittorico novecentesco e sull’inesorabile disfacimento delle forme che lo abitano. Nelle opere del pittore statunitense giunge infatti a compimento quella smaterializzazione degli elementi plastici in cui già Kandinskij individuava il contrassegno primario dell’avanguardia astratta. Se però nell’artista del Cavaliere azzurro tale processo conduceva allo spirituale nell’arte, dunque nel cuore della soggettività creatrice, in Rothko ci troviamo innanzi ad un movimento esattamente opposto. Egli intende infatti la pittura non come un allontanamento, bensì come un’immersione nella più profonda corporeità del visibile. «Mi attengo alla realtà delle cose e alla loro sostanza. Mi attengo alla realtà delle cose e alla concretezza delle cose medesime», ribadisce insistentemente l’artista, confessandoci che nelle sue opere va ricercata non tanto una rimozione dell’oggetto, ma una sua percezione più intima, alla quale possiamo accedere solo mediante quel silenzioso liquefarsi che rende ogni figura tutt’una con lo sfondo in cui si libra. Ecco allora che per comprendere l’opera di Rothko è necessario smarrirsi in questa sparizione, prepararsi lentamente a svanire affinché l’occhio, accecato da troppa prossimità, possa dimorare il confine delle immagini, la soglia oltre la quale sono nulla.