Abstract
Le parole semplici e quotidiane che si usano quando si parla di scuola e di progettazione rivelano significati inaspettati che amalgamano i linguaggi specifici dell’architettura e della pedagogia, formazione, spazio, flessibilità, bellezza, innovazione si scardinano dai preconcetti e fanno da ponte tra i due mondi.
A partire dalle parole impiegate dagli architetti, dagli insegnanti, dai genitori e dai testimoni privilegiati, intervistati durante le diverse fasi della ricerca, un volume di Beate Weyland, docente di Didattica presso la facoltà di Scienze della formazione della Libera Università di Bolzano, e di Sandy Attia, architetto, traccia il fil rouge di un vocabolario comune che descrive i diversi punti di vista, lasciando emergere argomenti di rilievo per il momento progettuale.
“Con questo libro – affermano gli autori – apriamo il discorso su un atto creativo fiducioso e aperto al mondo che verrà. La problematica dello sfasamento del tempo come fonte di tensione e sfida tra pedagogia e architettura nel percorso di trasformazione di una scuola, il tema del benessere legato alla bellezza della scuola come modalità per reinventare il legame tra tecnica e arte di vivere, infine gli elementi della coscienza e responsabilità, come strumenti pedagogici per rivoluzionare il modo di fare scuola, sono tutti fattori che influiscono sui processi decisionali. Progettare scuole è un processo di guarigione. È come dare risposta al bisogno di prendersi cura gli uni degli altri. Un terreno comune per dare forma a qualcosa di nuovo, il seme del futuro”.