Abstract
Lirica amorosa, poesia d'impegno civile, componimenti encomiastici e d'occasione, travestimenti bucolici, laude religiose, scambi 'per le rime' con colleghi di vaglia (Gaspare Visconti, Antonio Fregoso, Niccolò Leonico, Panfilo Sasso, il giovane Pietro Bembo...): l'edizione critica del manoscritto conservato nella biblioteca dell'Accademia Carrara, opera di un copista di fiducia e in parte autografo, permette ora di meglio delineare la quanto mai varia poesia del bergamasco Guidotto Prestinari (1455-1527), dopo gli scritti pionieristici di Giorgio Dilemmi. Maestro di Grammatica, Guidotto fu attivo nella vita amministrativa della città e del territorio (fu vicario in Val Brembana); nell'età tormentata delle guerre d'Italia professò la sua fedeltà alla Serenissima anche attraverso i suoi versi, pur se la sua formazione culturale guardava a Milano, alla corte degli Sforza. Questa feconda contraddizione ne caratterizza la fisionomia all'interno della poesia lombarda prebembesca, tra il modello incombente di Petrarca e quello ancora produttivo di Dante. Senza esagerarne il ruolo, non sembra possibile derubricare la figura di Guidotto a quella di un epigono secondario, a «quel poveretto sgrammaticato» di cui parlava la critica ottocentesca.