Abstract
Negli ultimi settant’anni, la plastica ha conquistato ogni angolo della nostra vita quotidiana, diventando il materiale dominante in molte applicazioni, grazie alla sua praticità e resistenza. Tuttavia, questa stessa versatilità ha un costo ambientale altissimo. La maggior parte delle plastiche, infatti, non viene riciclata, ma finisce incenerita o dispersa, degradandosi lentamente in micro e nanoplastiche. Queste minuscole particelle, invisibili a occhio nudo, si sono infiltrate ovunque: nei mari, nei fiumi, nel suolo, e persino nella nostra dieta. Date le loro dimensioni, le nanoplastiche vengono facilmente ingerite da fauna e flora e tendono a interagire con altri contaminanti pericolosi presenti nell’ambiente, amplificando così il danno ecologico e potenzialmente anche i rischi per la salute umana. Rilevare queste particelle nell’ambiente è diventata una priorità scientifica. Tuttavia, i metodi di analisi attuali sono lunghi, complessi e costosi.
In questo contesto si inserisce la ricerca della dottoressa Giulia Elli, una giovane ricercatrice che ha sviluppato nuovi sensori elettrochimici per la rilevazione delle nanoplastiche, soprattutto in ambienti marini. Originaria di Varese e con un percorso di studi internazionale, la ricercatrice Elli si è distinta per il suo lavoro di dottorato presso l’Università di Bolzano. Il suo progetto ha suscitato l’interesse del pubblico anche grazie alla sua partecipazione a uno Science Slam, una competizione dove la scienza incontra l’intrattenimento, e dove è riuscita a raccontare il problema delle nanoplastiche e la sua ricerca in modo semplice, divertente e coinvolgente.