Abstract
In seguito a un’esperienza lavorativa nel Nord Italia presso un centro antiviolenza e una struttura protetta
per donne che subiscono violenza domestica, ho intrapreso una ricerca di dottorato volta ad analizzare le
pratiche di aiuto dirette alle donne migranti che si sono rivolte a questo servizio. Alla luce della specifica
vulnerabilità delle donne migranti vittime di violenza (Ravi, Condon, Schröttle, 2011) e della comprensione
delle possibili declinazioni della violenza strutturale a danno di esse nel contesto specifico oggetto di ricerca
(Farmer, 2009), ho intrapreso un processo di decostruzione delle pratiche di advocacy attraverso un’analisi
auto-etnografica della mia esperienza lavorativa che ha coinvolto attivamente le operatrici del centro stesso.
Questo processo auto-etnografico mi ha permesso di comprendere la complessità delle dinamiche implicite
ed esplicite incorporate nelle pratiche quotidiane del lavoro di advocacy. Allo stesso tempo, la scelta di una
ricerca partecipativa che coinvolgesse le operatrici del centro, è nata allo scopo di creare un sapere comune
e condiviso (Korbey, Greaves, Reid, 2010, p.21) traducibile in una trasformazione concreta delle pratiche di
aiuto a favore delle donne migranti. Questo processo partecipativo mi ha portato, in qualità di ricercatrice, a
confrontarmi con le difficoltà emerse dalla partecipazione attiva dei soggetti e da cui sono scaturite
determinate scelte metodologiche ed etiche che hanno portato a modificare alcuni degli sviluppi della ricerca
senza alterarne i presupposti e gli obiettivi. Allo stesso tempo il confronto partecipativo ha rappresentato
l’opportunità di riflettere sulle implicazioni del mio coinvolgimento personale nel processo di ricerca e nella
relazione con i soggetti coinvolti e sul multi-posizionamento dato dalla mia esperienza lavorativa, il mio
attivismo femminista e antirazzista e l’attuale posizione di ricercatrice.